Reificazione Umana (ancora Sulle Cellule Staminali)

Reificazione umana
di Elisabetta Iuliano
Numero: 38 - 16 Settembre 2004 (c) 2004 - Editoriale Tempi duri S.r.l.Se passa il principio che per la salute di un singolo è lecito usare gli embrioni come cose, è finita: l'uomo diverrà un prodotto. Parola di scienziato pediatra. Il dottor Carlo Bellieni è uno degli studiosi italiani che più si sono interessati in questi ultimi anni della vita prenatale. E’ membro della European Society of Pediatric Research e ha pubblicato molti lavori sulla sensibilità del feto e sul dolore del neonato. Il suo approccio alla vita prenatale è disincantato: «Bisogna partire dall'esperienza - ci dice - perché c'è troppa gente che parla per romanticismo o per pregiudizio».Cominciamo col proporre a Bellieni il caso del bambino gravemente malato di talassemia cui è stato trasfuso il sangue delle gemelle nate da fecondazione artificiale e selezione genetica di embrioni sani e compatibili col fratello, tutte cose vietate dalla recente legge italiana sulla fecondazione artificiale (Fiv).Cosa ne pensa?
E' il classico caso di informazione alterata. Invece di ammettere che l'uso di cellule staminali da individui già nati funziona, senza bisogno di ricorrere agli embrioni, si sottolinea l'aspetto minore, cioè la provenienza di quelle cellule. Ma è inutile: è proprio così, le cellule salvatrici sono state ottenute da bambini, cioè non c'è bisogno di sezionare, moltiplicare e gettar via embrioni! Che poi quei bambini siano nati da selezione genetica è un altro conto, sul quale c'è poco da sorridere. Ma lo sa che negli Stati Uniti si è giunti a far nascere figli selezionati con anomalie (in particolare la sordità) come volevano i genitori? E lo sa che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dovuto raccomandare di non rivelare alla diagnosi prenatale dati sull'embrione diversi da quelli inerenti la salute dello stesso perché ormai si tende a selezionare il figlio eliminando magari quelli troppo bassi, e in particolare ad eliminare le femmine?Dunque la selezione genetica è all'orizzonte, anzi è iniziata.
Chi ha incertezze ha un bel dilemma: elimina l'embrione, ma pensa: «E se fosse davvero uno di noi?». E non vedo come possano esserci dubbi sull'inizio della vita umana al concepimento. In realtà tutti pensiamo al bambino salvato e siamo contenti. Ma c'è qualcosa che lascia perplessi: il fatto che siano stati scartati "gli embrioni - fratelli che non servono", come è stato fatto per "ottenere" le sorelle donatrici. Capisce cosa vuol dire "qualcuno non serve"? E’ intollerabile. Nessuno nega l'onestà e la buona fede di chi fa selezione di embrioni, ma si dica una volta per tutte: «Ancora oggi qualcuno vale di più e qualcuno di meno», senza ipocrisie. Un tempo erano problemi di rapporti tra classi, poi tra razze: ora sono discriminazioni tra chi è sviluppato e chi non lo è ancora. Si dica con onestà: «io ero un embrione». E siccome «stiamo usando gli embrioni come cose»; concludiamo dunque: «Io potevo essere trattato come una cosa». Non serve un grosso intuito.Ma ci sono molti scienziati che affermano che la ricerca scientifica non deve avere briglie.
In realtà non è così! Sarebbe gravissimo che la ricerca non avesse regole. Si arriverebbe ad abusi gravi: infrazione della privacy, pazienti sottoposti ad analisi solo per scopi di ricerca e non per il loro interesse, persone cui si provocano patologie per trovare il modo di curarle: è un rischio serio. Per questo ogni seria rivista scientifica pretende che il lavoro che gli viene sottoposto sia prima passato al vaglio del comitato etico locale in conformità con la convenzione di Helsinki.E cosa significa questo per la ricerca sull'embrione?
Significa che la ricerca sull'embrione deve essere fatta. Solo che non si capisce perché la vogliano fare sull'embrione umano. Esistono gli embrioni di animali, e il passaggio per il modello animale vale per la sperimentazione di qualunque farmaco. Il rischio è che tra 20 anni si dica «cambiamo tecnica» dopo aver constatato gli effetti sui figli nati oggi. Speriamo di no!Cosa intende per "privacy prenatale"?
Semplicemente che io non ho il minimo interesse a conoscere e a far conoscere i segreti del mio patrimonio genetico, tra cui forse potrei trovare scritto di cosa mi ammalerò, quanti anni avrò da vivere. Ora, noi possiamo indagare invece ogni segreto del Dna di un embrione. Una volta nato, già si troverà in grado di sapere tante, troppe cose sul suo futuro. E’ allora giusto indagare nell'embrione su malattie che avrà da vecchio? Per magari eliminarlo se si prevede che avrà il morbo di Alzheimer? E’ possibile, ma non giusto.Ma quando si può dire che l'embrione diventa una persona?
Guardi, chi formula questa domanda, di solito, non ha la minima idea di cosa intenda lui stesso dicendo "persona". Tutt'al più si pensa che uno possa essere definito "persona" quando è in grado di fare "qualcosa", perlomeno di avere coscienza di sé. In realtà se si applica questo ragionamento molti sarebbero esclusi dal novero delle "persone": i disabili mentali gravi, chi è in coma, chi soffre al punto di veder annullata la propria autonomia decisionale. E anche chiunque di noi quando dorme. Se quello che distingue la persona è la sua natura, anche l'embrione è a tutti i titoli una persona, perché la natura di un embrione è esattamente uguale alla mia e non a quella di un cane. La capacità razionale verrà. Basta aspettare. Proprio come emerge in ciascuno di noi quando si risveglia la mattina.Lei sa che c'è un bel dibattito su questo argomento...
E' triste pensare come sia difficile salvaguardare i confini della ragione oggi. E’ possibile operare dei feti malati senza sospendere il circolo sanguigno placentare: si estraggono dall'utero, si operano e si reintroducono nel ventre materno. Se la nascita fosse il momento in cui si diventa persone, si assisterebbe al paradosso di un individuo che per qualche momento "diventa" persona, poi torna "non persona", e alla nascita effettiva ridiventa persona di nuovo! Bisogna uscire dalle maglie della morale ed essere serenamente realisti.Cosa vuol dire?
Intendo che il nostro nome e cognome, cioè il portatore della nostra identità si chiama Dna. E questo Dna con delle caratteristiche "mie", che nessun altro ha, si è formato al momento in cui il Dna di ovulo e spermatozoo dei genitori si sono uniti. Buttare via un ovulo è come buttare un capello, così come buttare via uno spermatozoo. Perché sono proprietà del "signor Franco" o della "signora Anna", in quanto hanno il loro Dna, cioè il loro "nome e cognome" scritto dentro. Ma quando ovulo e spermatozoo si uniscono formano un Dna nuovo, dunque un nuovo "nome e cognome". Questo è destinato a morire di vecchiaia, se non gli si dà noia, e prima a diventare un ingegnere, o una maestra. è buffo pensarlo, ma è proprio così: dal momento dell'unione dei gameti parte un nuovo personaggio della scena del mondo. Riconoscerlo è una bella sfida.Che genere di sfida?
E' una sfida perché vuol dire saper riconoscere che uno vale anche quando non ha niente, anche quando apparentemente è meno di niente. Ma invece c'è. Noi curiamo i neonati prematuri, e lei deve sapere che fino a pochi anni fa non venivano considerati persone, tanto che al momento di fare interventi chirurgici neanche veniva loro fornita la adeguata anestesia! E parlo dell'Inghilterra degli anni Ottanta. Ci sono voluti i lavori di Anand, per iniziare a riconoscere il dolore del feto e il dolore del neonato. Ancor oggi c'è la tentazione di considerare le persone per le apparenze. La scienza ci dice che le apparenze ingannano chi non sa vedere. O chi non vuole vedere. Oltretutto è buffo sentire qualcuno dividere tra pre-embrione ed embrione, per limitare al primo (fino a 14 giorni dal concepimento) gli studi, non reputandolo "persona". Ma poi se gli si chiede quali siano i diritti dopo questo fatidico 14° giorno, cioè i diritti dell'embrione e del feto, risponde: «Nessuno!».Dottor Bellieni, quale è l'approccio del pediatra alla Fiv?
Jean Pierre Relier, direttore della neonatologia di Parigi, scrive in un suo libro che nel suo reparto di rianimazione di neonati il 19% dei bambini che arrivano è stato concepito artificialmente. Non credo che sia un caso isolato, né che in Italia la situazione si allontani da questa cifra. E non ci sono solo rischi immediati: è uscito quest'anno un libro di uno psichiatra francese, Benoist Bayle, ancora non tradotto in italiano, dal titolo “L'embrione sul lettino”, in cui spiega che i figli nati da Fiv sono a rischio di una patologia psichiatrica, detta "sindrome del sopravvissuto". Si tratta della patologia che accompagna gli scampati dai campi di concentramento o da incidenti: costoro sono a rischio di domandarsi in maniera pressante «perché io sono sopravvissuto?» ed alimentare al contempo un senso di colpa (io sono nato a scapito degli altri embrioni soppressi o degli altri feti abortiti) e un senso di onnipotenza (io ce l'ho fatta, dunque sono invulnerabile). Questo è ancora più chiaro se si pensa alla possibilità della cosiddetta "riduzione fetale", ovvero l'aborto selettivo di uno dei gemelli di una fratria. Insomma, quest'ansia di avere figli a tutti i costi spesso fa sottovalutare quali siano "tutti i costi". Tra questi sappiamo che c'è il rischio di danni cerebrali e di malformazioni, maggiori di quanti ce ne siano per i bambini nati da fecondazione normale. Certo, il numero di bambini nati da Fiv con problemi è maggiore che nella popolazione "non-Fiv", ma comunque basso. Tuttavia sarebbe sciocco trascurarlo: si è sospeso il consumo di carne bovina per paura dell'encefalopatia spongiforme (il morbo della "mucca pazza", ndr) e non si hanno le stesse attenzioni verso i nostri figli? La garante per l'infanzia eletta dal Parlamento francese a questa carica, Claire Brisset, ha chiesto una moratoria per la tecnica Icsi, che è quella più usata, perché si stanno vedendo i problemi che provoca.