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    La Crisi dell'Amore, Della Fede, Della Vita

     

    La Crisi dell'Amore, Della Fede, Della Vita

    Autrice : Dott.ssa Adele Caramico Stenta


     

    Bisognerebbe partire dal concetto di amore che oggi si ha e vedere poi quale realmente sia il significato di questa parola, che viene tanto usata, a volte in modo improprio, ma della quale, non sempre, ne viene vissuto il profondo valore.

    Il significato di questo termine, bellissimo, viene spesso identificato con sessualità, con qualcosa di materiale: basta dare un’occhiata a certi tipi di riviste e prestare attenzione ai tanti “messaggi” che circolano fra le persone.  

    L’amore, quello vero, quello con la “A”  maiuscola, viene troppo spesso dimenticato, non considerato se non per dire solo che è “superato”.

    Amare significa volere ciò che è bene per l’altra persona, cercare di comprendere, accogliere, aiutare l’altro.

    Amare è andare………..contro la stessa nostra volontà, a volte, per il bene dell’altro. Non è facile Amare, ma non è impossibile.

    L’amore trasforma la persona, le fa iniziare una vita diversa, nuova e più piena. Con questo sentimento sembra di rinascere, ci si rende conto di esistere realmente. Potremmo dire che l’uomo si riscopre proprio nell’amore. Amore che non è solo sensibilità, o solo passione, bensì è, e deve essere sempre più, volontà di bene. Deve diventare dono all’altro, fatto con dedizione e responsabilità. 

    Ora, se proviamo a trasferire tutto questo, nel rapporto di una coppia, cosa succede?

    Innanzitutto il dono di sé, per l’altro, diventa in modo esclusivo e pieno.

    Sappiamo bene come la parola Amore non abbia un significato univoco, ma ora, ciò che interessa, è parlarne nell’ambito del rapporto di coppia.

    L’amore fra i coniugi dovrebbe essere la manifestazione più completa dell’amore umano: un farsi  dono ed un donarsi continuo, momento dopo momento, senza  rinunciare all’essere per l’altro. E’ un donare e donarsi reciproco, senza pretendere nulla in cambio; è volere che l’altro sia felice.

    L’uomo e la donna, si completano in questo modo. E rafforzano il loro rapporto.

    Nel donarsi reciprocamente, l’uomo e la donna non perdono la loro personalità, il loro essere se stessi, ma si completano diventando “una sola carne”, e non solo a livello fisico, ma anche a livello psicologico ed affettivo. Spesso si considera l’unione sessuale quale punto di partenza dell’amore, mentre essa è l’apice di questo grande sentimento, ne è il momento culminante e rafforzativo.  

    Parlare di amore sponsale vuol dire parlare di un amore “particolare”, nel quale, mentre ci si dona all’altro, si riceve dall’altro, ed il proprio “io” si trasforma in un “noi”, senza però perdere le sue caratteristiche. Potrebbe apparire forse strano, o contraddittorio, ma è ciò che accade nell’amore fra i coniugi, per questo è un rapporto “speciale” rispetto alle altre manifestazioni di questo sentimento. Il diventare un “noi”  non toglie nulla al proprio “io” di ciascuno dei due, ma lo arricchisce delle proprie caratteristiche e potenzialità. 

    L’amore fra gli sposi è l’aspetto più importante del sacramento del matrimonio: un amore che deve essere Amore, e specchio dell’Amore di Cristo per la Sua Chiesa. Lo stesso San Paolo, che dell’Amore ha tanto parlato nei suoi scritti, riguardo al matrimonio afferma: “il marito è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa…” (Ef 5, 23), ed ancora: “ E voi, mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef 5, 25).

    Questi versetti, mettono in risalto quanto grande debba essere l’Amore sponsale. Amare come Cristo ha amato la Chiesa, non è una cosa semplice, se si pensa che Egli per tutti noi, ha dato la Sua vita. E’ un Amare oltre ogni misura o capacità solo umana. Ma allora in quale matrimonio potrebbe esserci un amarsi così? In tutti, se nel matrimonio si ricorda che ci si è sposati in Cristo e da Lui soltanto si possono ricevere le grazie necessarie per un rapporto così forte e vincolante.

    San Paolo ci dice ancora: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore” (Ef 5, 21-22). Non bisogna leggere “male” questi versetti: la sottomissione al Signore è una “dolce” sottomissione, non è schiavitù, perché Egli ci ama di un amore totalizzante. Si parla di sottomissione degli uni agli altri: nel matrimonio i coniugi hanno il “compito” (anche se è improprio come termine) di amarsi al punto tale da sentirsi ciascuno sottomesso all’altro, però nel Signore.  Non può esserci un rapporto coniugale forte, se non nel matrimonio-sacramento in Cristo. 

    L’amore sponsale si estende ad una comunione di vita totale e totalizzante: è lo stato dell’Amore. Questi esige che ci sia stabilità ma, nello stesso, dinamicità.

    Nel corso della vita coniugale, questo sentimento, ha bisogno di stabilità per essere sempre rivolto alla persona con la quale si è scelto di condividere la propria esistenza, per non farsi sopraffare dalle tentazioni del mondo e da quello che è quasi diventato un “uso” nella società attuale. Richiede quindi anche forza interiore, costanza ed umiltà.

    Ma ha bisogno di dinamicità, nello stesso tempo. Un amore che vada avanti nel corso degli anni, per abitudine o solo per una fedeltà giuridica o esteriore, non ha senso, non è più l’Amore. Nella vita comune, che due sposi cristiani conducono, c’è bisogno di un rinnovamento continuo del loro rapporto, di una crescita continua di quei sentimenti che nutrono l’uno per l’altra, anche davanti alle inevitabili difficoltà che la vita pone davanti. E’ un amore che non rimane fermo, statico, quasi ad ammuffire, ma che cresce così come passano gli anni. Diventa sempre più forte e maturo, anche dopo la venuta dei figli, anche quando la bellezza è sfiorita con gli anni, anche quando i capelli sono diventati bianchi e, da quel giorno in cui ci si è promessi amore per sempre, davanti a Cristo e agli uomini, in Chiesa, di tempo ne è passato. 

    L’Amore, non muore col passare del tempo, ma cresce e rafforza sempre più il legame fra marito e moglie, anche quando i volti sono solcati dalle rughe.

    Solo così, riscegliendosi ed amandosi sempre più, ogni giorno, ed in modo sempre  nuovo, si può affermare che l’Amore è  entrato pienamente nella vita di una coppia di coniugi. E tutto ciò, ci può far dire, senza dubbio, con San Paolo, che il matrimonio così vissuto, è “un mistero grande” (Ef 5,32).


     

    La Crisi della fede


     

    Un elemento di crisi, nelle coppie di oggi, di cui abbiamo già detto nel precedente Articolo "La Famiglia oggi e le sue crisi"  è il declino della fede.

    Si assiste spesso a una fede, una religiosità, vissuta in famiglia in modo non armonico. Il problema della fede a volte non si pone proprio, oppure accade che solo uno dei due coniugi ne abbia interesse. I figli non vengono sempre educati nella ed alla fede, con le conseguenze che spesso vediamo intorno a noi.

    La religiosità familiare viene relegata, di frequente, ad un posto marginale nella vita di una coppia, a volte non viene proprio presa in considerazione. In tale modo non diventa un’esperienza  di vita comunitaria e di preghiera, in quanto viene collocata nel fondo della coscienza del singolo.

    Ma la vita senza la fede diventa un’esistenza senza una meta, senza un punto di riferimento. E’ come se una nave pretendesse di approdare senza avere l’ancora da gettare in mare e con la quale potersi mantenere più salda.

    Navigare sul mare della vita comporta il saper tracciare e seguire una rotta  ben precisa, l’avere i mezzi di salvataggio adatti per la sicurezza, avere l’ancora da gettare nel porto per potersi anche fermare.

    La rotta è la vocazione del matrimonio in Cristo, i mezzi di salvataggio sono i sacramenti e la preghiera, l’ancora è la nostra fede, il porto nel quale fermarsi è il Signore.

    Cominciamo dal primo elemento, la rotta. Il matrimonio è un sacramento, ci si sposa in Cristo e con Lui bisogna continuare il cammino, attingendo sempre alla Sua Fonte inesauribile. Col sacramento gli sposi ricevono le grazie proprie del matrimonio, con le quali andare avanti nella vita di coppia, nella crescita ed educazione dei figli, nell’affrontare le varie difficoltà che la vita pone davanti.

    Ma tutto questo ha bisogno di un secondo elemento, affinché questa nave possa continuare a navigare, sicura, senza affondare, ha bisogno dei sacramenti e della preghiera. Questi sono proprio i mezzi di salvataggio necessari per la sopravvivenza di questa nave, che è la famiglia. Senza l’accostarsi, frequentemente, all’Eucarestia, al sacramento del Perdono, non si possono ricevere quegli aiuti spirituali necessari affinché la nostra vita possa procedere, maggiormente “rinforzata” nella sua struttura principale.

    Tutto questo fino ad ora detto, non avrebbe nessun significato e , soprattutto, non potrebbe essere fatto, se non ci fosse la fede. Essa è veramente l’ancora alla quale potersi attaccare e della quale servirsi per approdare in modo sicuro. Senza l’ancora la nave non potrebbe mai attraccare in un porto.

    Il porto sicuro nel quale approdare è il Signore: solo in Lui c’è la nostra forza, il nostro rifugio, la nostra esistenza. La coppia che, navigando sul mare della vita, riesce a seguire la rotta giusta e ad approdare a Lui, può essere certa di vivere nel modo più giusto il sacramento del matrimonio.

    Soffermerei un attimo l’attenzione su un aspetto che si può considerare molto importante per la vita di fede, per la coppia e per la sua stessa unione ed armonia: la preghiera.

    Pregare è dialogare con Dio, parlare con Lui ed ascoltarLo mentre parla al nostro cuore. Il Beato Giovanni XXIII diceva che la famiglia che prega insieme vive pure insieme.

    Alzarsi al mattino e lodare insieme il Signore, marito, moglie e figli, per il giorno che inizia, sottolinea in modo diverso come vivere quella giornata, e fa affrontare in maniera differente le varie attività che in essa si svolgeranno.

    Essere riuniti attorno alla mensa, coi figli, e ringraziare insieme il Signore per il cibo che si sta per consumare, dà un significato nuovo allo stesso mangiare insieme.

    Riunirsi insieme per ringraziare il Signore la sera, per il giorno trascorso, esaminare il modo in cui si è vissuta quella giornata e chiedere perdono a Gesù di ciò che di sbagliato si è fatto, di quanto amore non si è donato ai fratelli, aiuta a crescere insieme nella fede ed a cercare di migliorare i propri rapporti fra i vari membri della famiglia, con gli altri e con Dio stesso.

    Benedire, quali genitori, i propri figli, è segno della nostra preoccupazione per loro, non solo materiale , ma anche spirituale. Segnare i propri bambini col segno della croce, al mattino e alla sera, è ricordare il giorno del Battesimo in cui su noi, e sui nostri figli, esso  è stato fatto. La croce ci indica l’appartenenza a Cristo e, nello stesso tempo, è segno di benedizione.

    Cercare momenti, anche piccoli, durante la giornata, in cui potersi fermare un poco in silenzio, col televisore spento, e rivolgersi insieme al Signore, sono piccoli tesori che noi costruiamo per la nostra famiglia.

    La recita del santo Rosario, fatta insieme, diventa poi un momento privilegiato:  con la Mamma Celeste, si ripercorre il Vangelo e si medita sui momenti più importanti della vita di Gesù. Man mano che i grani del Rosario passano tra le mani, il Signore entra nella vita della famiglia, la unisce di più e quei problemi inevitabili che si hanno ogni giorno, cominciano ad avere un aspetto diverso, cominciano a pianificarsi e ad essere più chiari per poterli risolvere.

    Pregare è un aspetto fondamentale per l’unione della famiglia, con il ricevere i Sacramenti, il partecipare alla S. Messa, tutti insieme, figli e genitori.

    Non servono molto le parole ma ciò che conta sarà senz’altro l’esempio che un papà ed una mamma possono dare ai propri figli.

    Sarebbe molto bello se, i genitori tornati a casa, dopo aver partecipato alla S. Messa con i figli, si soffermassero un attimo, prima di sedersi a tavola, per assimilare meglio ciò che, tutta la famiglia, ha ricevuto durante la celebrazione eucaristica.

    Tornando a casa, dopo aver partecipato alla S. Messa, bisognerebbe preparare due mense. Una mensa per il cibo materiale ed una per quello spirituale. Sulla prima mensa va il nutrimento del corpo, sulla seconda quello dell’anima. La Parola di Dio, appena ascoltata, potrebbe essere meditata e tradotta in suggerimenti di vita concreta da vivere durante la settimana che inizia.

    La parola “insieme” è stata evidenziata più volte perché la fede di una famiglia va vissuta ed alimentata con l’aiuto e la collaborazione di tutti i suoi componenti.

    La famiglia che si riunisce nel nome di Cristo vive quello che Lui ci ha detto:

    Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

    Quale luogo migliore per vivere questo?
     

    La crisi della vita


    Altro elemento di crisi nella famiglia è quello della vita.


    Viviamo, infatti, in un’epoca di contraddizioni. Da una parte abbiamo la paura, il rifiuto della vita che porta poi a scelte come quella di non concepire un figlio, oppure anche all’aborto.

    Dall’altra invece abbiamo la ricerca di un figlio a tutti i costi, un figlio voluto “per forza” che, se non viene normalmente, si cerca di avere anche ricorrendo alla procreazione medicalmente assistita.

    Allora bisogna innanzitutto chiedersi quale significato viene dato alla parola vita e quale alla parola poi figlio.

    La vita umana è tra le realtà più preziose che esistano al mondo; senza di essa le altre manifestazioni biologiche non avrebbero una pienezza di senso. Nella vita umana prende forma e si manifesta la grandezza dello spirito, dell’intelligenza e della libertà.

    Molto spesso, nel linguaggio comune, ascoltiamo commenti e definizioni contrastanti sulla vita dell’uomo. C’è chi la definisce inviolabile e sacra, ma c’è anche chi non la considera positivamente, chi la sottovaluta e non le dà il dovuto rispetto; c’è chi la sfrutta negativamente e pensa di poterne fare ciò che vuole, specialmente se si tratta della vita altrui. 

    Per la fede cristiana, e per molte altre forme di sapienza umana, la vita non è “qualcosa” che l’uomo possa manovrare a proprio piacimento: essa è inviolabile e sacra perché è un dono di Dio ed è vita dell’uomo.

    Il Creatore ha deciso questo dono gratuito, nel medesimo istante in cui ha voluto e creato l’essere umano come soggetto ed interlocutore di Lui, e quale signore responsabile del cosmo.

    Ma quando inizia la vita umana?

    La vita dell’uomo, di ogni uomo, da sempre, ha inizio il momento stesso in cui si forma lo zigote, la prima cellula di un nuovo essere umano.

    Il momento del concepimento è quello in cui una nuova creatura, ad immagine di Dio, si affaccia alla vita.

    Fin da quando Dio benedisse Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden dicendo “siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra…” (Gen 1, 28), la maternità e la paternità diventano segno dell’amore del Creatore che vuole che la Sua immagine si perpetui. 

    Abbiamo detto, all’inizio, delle contraddizioni attuali per quanto riguarda la vita e l’avere un figlio.

    Oggi, in effetti, la società vive un periodo particolare, pieno di trasformazioni, e queste si riflettono anche nei rapporti tra le persone ed anche nel modo di relazionarsi tra uomo e donna. Ciò, ovviamente, si riflette pure nella vita di coppia, nella quale esistono delle difficoltà comunicative, a volte anche interne, ma soprattutto nei rapporti con gli altri.

    La vita di ogni persona, di solito, è piena di progetti e di desideri da voler realizzare, che portano poi al raggiungimento di quegli scopi, che l’uomo si propone, per la realizzazione di se stesso.

    Non avere desideri, non avere attese, significa non riuscire più a vivere in modo pieno. Desiderio ed attesa sono due caratteristiche fondamentali della vita umana, senza le quali l’uomo non vivrebbe realmente. 

    Perché parlare proprio di desiderio e di attesa? Che valore hanno queste due caratteristiche della vita umana? Dove possono essere collegate?

    Desiderare di avere un figlio ci deve far riflettere sulle origini di questo desiderio, per comprendere poi il significato che si dà al figlio stesso.

    Desiderio di un figlio non significa volerlo a tutti i costi, ricorrendo a qualsiasi mezzo, anche non rispettoso dell’integrità fisica e psichica del figlio stesso o di altre vite umane.

    Tutto ciò si rifà a come il bambino viene atteso. L’attesa del figlio ci dice, infatti, come egli viene considerato dai suoi genitori. Nel momento in cui il frutto del concepimento umano ha la posizione centrale nella vita della madre, o nella stessa coppia genitoriale, il rapporto con lui si trasforma in un rapporto di accoglienza.

    In quanto accoglienza dell’altro, diverso da se stessi, il figlio diventa dono per i suoi genitori. L’attesa del bambino (la gravidanza) si trasforma in periodo di preparazione e di crescita  per la coppia, che vede ora concretizzarsi quel desiderio, che, per amore, l’ha  portata a dire di “si” alla vita. Il figlio deve essere frutto d’amore e deve trovare accoglienza fin dal grembo materno. L’amore è tale solo se è oblativo, solo se non vuole nulla per se stesso ma tutto fa per il bene dell’altro. Solo quando si accetta il figlio, così come egli è, allora lo si vede e lo si considera quale dono per i genitori. 

    Quando il bambino, perde la sua centralità, quando nella gravidanza vengono considerati solo gli interessi materni ed il figlio viene visto quale proprietà della madre, di cui lei può fare ciò che vuole, se la gravidanza non è stata voluta, se è frutto di una non- scelta, è facile arrivare poi,  anche a decidere per la soppressione di questa vita nel grembo materno.

    Se il figlio perde la caratteristica di essere dono, diventa un non-dono, qualcuno di cui bisogna “fare a meno”, perché non gradito. Si arriva così al rifiuto della vita, alla non accettazione e non accoglienza del figlio

    Abbiamo parlato prima del paradosso e della contraddizione della nostra società:accanto a chi accoglie la vita, accanto a chi invece la rifiuta, ci sono coloro che la vogliono a tutti i costi, se non riescono ad averla con un normale concepimento.

    Il volere un figlio ad ogni costo indica che l’avere un figlio diventa un diritto al quale non si può e non si deve rinunciare. Ecco così il ricorso, sempre più frequente, alla procreazione medicalmente assistita, alle surrogate mother, ai figli fatti fare dietro “commissione”da altri.

    Senza volerci addentrare nei particolari di queste metodiche, ci si chiede, a questo punto, ma il figlio, ora, chi è realmente? E’ ancora un dono oppure è diventato un diritto di chi lo vuole?

    E, quale amore è quello che si celerebbe, dietro questa pretesa procreativa ? Sarebbe ancora amore vero

    La crisi della vita, nelle coppie, porta ad affermare che ci troviamo davanti a due opposti determinati: vita e non-vita, figlio e non-figlio. Tutto, invece dovrebbe partire dal come considerare la vita umana, incominciando dalla sua primissima manifestazione nel grembo materno.

    Il generare un figlio è un evento privilegiato e va visto nell’ottica della vita umana intesa come dono, un dono che noi riceviamo, e siamo chiamati a donare a nostra volta.

    La nostra vita non è qualcosa che noi stessi ci siamo potuti dare, ma è un dono che il Creatore ci ha fatto, insieme ai nostri genitori. Quest’ultimi, poi, devono considerare il figlio non come un “qualcosa” di proprio, ma come qualcuno che scaturisce dal dono e che è dono egli stesso.

    Avere un figlio non significa che i propri genitori debbano tenerlo sotto il loro potere, e neppure che debbano pretenderlo come fosse un loro diritto, facendolo diventare, così, un oggetto dei propri desideri.

    E’ proprio questo che è necessario superare: il figlio non è oggetto, anche se la sua nascita è stata molto desiderata, ma è persona umana. Il volere un figlio a tutti i costi, pur rivelando un grande desiderio di generare ed accogliere una nuova vita, mette in risalto che forse questo bambino non è considerato come dono, bensì come “proprietà” dei genitori, o almeno della madre.

    Subentra alla logica del dare senza nulla pretendere, la logica del possedere, dell’avere diritto a generare, creando così una sorta di “egoismo procreativo”, in cui si è disposti ad affrontare qualsiasi cosa, anche la distruzione di altre vite umane, (basti pensare a quanti embrioni “soprannumerari” vengono distrutti, con la fecondazione artificiale), pur di raggiungere lo scopo di avere un figlio “proprio”, che soddisfi comunque il desiderio di maternità.

    Ma l’uomo non può sostituirsi a Dio, creando da solo la vita o decidendo chi debba vivere e chi  no. La creatura non può prendere il posto del Creatore: solo Dio può dare la vita e la può far sorgere anche dove tutto sembra impossibile.







     

     










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