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    CONTRACCEZIONE – ABORTO – FECONDAZIONE ARTIFICIALE - PROCREAZIONE RESPONSABILE II° PARTE

     

    Metodi naturali e mezzi anticoncezionali

    A questo punto si possono, e si devono, affrontare le domande in cui spesso resta imprigionata l'intera proposta morale cristiana circa la procreazione responsabile:

    - in che modo si è responsabili nella trasmissione della vita?

    - in che modo si è collaboratori consapevoli e liberi di Dio nel suscitarla?

    E, sempre a questo punto, è possibile comprendere come tali quesiti non equivalgano agli interrogativi:

    - come fare per non avere figli?

    - quali sono i mezzi più sicuri per impedire che l'amplesso conduca al concepimento?

     

    La prima serie di domande scaturisce dalla stima del figlio come benedizione divina e frutto dell'amore. La seconda serie muove, invece, dall'attitudine a valutare il figlio come un pericolo o del figlio quale esito non desiderato di un rapporto sessuale, e spesso sottende un atteggiamento di chiusura nei confronti della vita, una mentalità "anticoncezionale" che in diversi casi diventa l'anticamera per l'aborto[1].

     

    Nel rispondere a queste domande, occorre anzitutto ricordare che, circa i "mezzi" per attuare la procreazione responsabile, vanno in primo luogo rifiutati come gravemente illeciti sia la sterilizzazione, sia l'aborto. Quest'ultimo, in particolare, va sempre considerato come un crimine orrendo e un abominevole delitto e costituisce sempre un disordine morale grave[2].

    Nel rispondere alle domande sopra ricordate, è necessario, inoltre, mettere in luce come non sia indifferente moralmente ricorrere ai mezzi anticoncezionali[3] o ai metodi naturali[4] nel "regolare le nascite". Non è, infatti, infrequente la tendenza a ritenere che l'adottare gli uni o gli altri sia moralmente indifferente. A giustificazione di tale tendenza, si ritiene, per un verso, che ciò che conta è l'intenzione per cui si compie un'azione e, per un altro verso, che determinante è il risultato (la regolazione delle nascite) a prescindere dai modi con cui lo si ottiene. Tale tendenza, però, non può essere condivisa, anzitutto, perché la moralità di un atto dipende sì dall'intenzione del soggetto, ma anche da alcuni criteri oggettivi, e, in secondo luogo, perché "il fine non giustifica i mezzi", ma questi ultimi devono essere coerenti con il fine da raggiungere e, quindi, con i valori che sono in gioco. Il fine qui - non va mai dimenticato - è la "procreazione responsabile" e non semplicemente il "non concepire" inteso come "esclusione" o "rifiuto" del figlio. Proprio per questo i "mezzi anticoncezionali" e i "metodi naturali" non si equivalgono moralmente. Il ricorso ai metodi naturali e l'uso dei mezzi anticoncezionali non producono, infatti, i medesimi effetti né sulla qualità del rapporto di coppia né sull'armonia coniugale. In un caso - con il ricorso ai metodi naturali - i valori della persona umana, della sessualità e dell'amore coniugale strettamente connessi con la procreazione responsabile sono rispettati e promossi; nell'altro caso - con l'uso dei mezzi anticoncezionali questi stessi valori sono, più o meno direttamente, misconosciuti.

     

    Le ragioni della liceità morale dei metodi naturali e, corrispettivamente, della illiceità dei mezzi anticoncezionali sono ultimamente riconducibili alla radicale differenza antropologica e morale che intercorre tra le due modalità, proprio in ordine ai valori della persona e della sessualità umane: “si tratta di una differenza assai più vasta e profonda di quanto abitualmente non si pensi e che coinvolge in ultima analisi due concezioni della persona e della sessualità umana tra loro irriducibili”[5]. Ed è solo con il ricorso ai metodi naturali che “la sessualità viene rispettata e promossa nella sua dimensione veramente e pienamente umana, non mai invece "usata" come un "oggetto" che, dissolvendo l'unità personale di anima e corpo, colpisce la stessa creazione di Dio nell'intreccio più intimo tra natura e persona”[6].

     

    Più analiticamente, queste stesse ragioni possono essere così descritte:

    - l'uso dei mezzi anticoncezionali frantuma l'innegabile connessione tra significato unitivo e significato procreativo dell'amore sponsale e del gesto che esprime e alimenta la comunione tra i coniugi. Ancora più puntualmente e radicalmente, la contraccezione, proprio in quanto impedisce il concepimento, esclude il significato procreativo insito nell'atto coniugale ed è rifiuto positivo dell'apertura alla vita; essa, inoltre, altera e snatura lo stesso significato unitivo dell'atto coniugale perché, con la contraccezione, tale atto non viene più vissuto all'insegna della totalità e, oggettivamente, non riesce più a parlare il linguaggio proprio dell'amore coniugale, che è il linguaggio del "mi dono totalmente e totalmente ti accolgo"[7];

     

    - il ricorso ai metodi naturali richiede e promuove la corresponsabilità degli sposi, l'uso degli anticoncezionali comporta invece uno "sbilanciamento" della coppia, addossando a un solo partner l'impegno della gestione responsabile della fecondità coniugale, con effetti negativi sull'equilibrio e sull'armonia tra gli sposi;

     

    - l'adozione dei metodi naturali esige e favorisce la conoscenza di sé e del coniuge - più precisamente, la conoscenza della donna -, e l'esperienza dimostra quanto ciò sia importante per l'armonia di coppia: infatti, la ciclicità della fertilità femminile non è soltanto un processo biologico, ma connota l'intera persona della donna;

     

    - i metodi naturali, diversamente da quanto si constata nell'uso dei mezzi anticoncezionali, non presentano alcuna controindicazione, né producono effetti collaterali sui coniugi e sulla loro stessa salute; in questo senso - come, per altro, oggi vengono da più parte percepiti e presentati essi si presentano come preferibili per ragioni cosiddette "ecologiche" e anche "economiche",

     

    - l'utilizzo dei metodi naturali ha pure benevoli influssi sullo sviluppo sereno del rapporto di coppia: la stessa rinuncia, decisa insieme, ai rapporti intimi per alcuni giorni - nel caso si ritenga di non dover favorire la trasmissione della vita - promuove, infatti, la comunione coniugale e propizia la riscoperta del multiforme linguaggio dell'amore, liberandolo dal rischio della "tirannia della genitalità";

     

    - solo i metodi naturali consentono l'esercizio responsabile della paternità e della maternità finché sussiste la capacità di procreare: l'esperienza insegna quanto anche questa ragione sia decisiva.

    Questa è la proposta morale cristiana nella sua oggettività.

     

    Il legame tra contraccezione e aborto


    Costituendo l’espressione di un rifiuto oggettivo a riconoscere Dio come l’arbitro finale della venuta all’esistenza di un nuovo essere umano, l’indifferenza nei confronti dell’Autore della Vita – che è caratteristica dell’atteggiamento contraccettivo – incoraggia l’indifferenza nei confronti della santità della vita in generale. A questo proposito, vale la pena notare quanto spesso Papa Giovanni Paolo II abbia attirato l’attenzione sul legame tra contraccezione e aborto. In un’occasione, parlando ad un gruppo di Vescovi dell’Austria sulla dottrina dell’Humanae vitae, il Santo Padre ha affermato:

    Non può essere permesso alcun dubbio riguardo alla validità delle prescrizioni morali ivi espresse (…) L’invito alla contraccezione vista come una modalità di relazione tra i sessi che si suppone “innocua” non costituisce soltanto un’insidiosa negazione della libertà morale dell’uomo. Incoraggia infatti un’interpretazione spersonalizzata della sessualità che viene ristretta principalmente al momento dell’unione fisica e promuove, in ultima analisi, quella mentalità dalla quale emerge l’idea dell’aborto e dalla quale viene continuamente nutrita.[8]

     

    Nell’Evangelium vitae, Papa Giovanni Paolo II affermava che la cultura filoabortista è particolarmente forte in tutti i casi in cui l’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione viene rifiutato. Pur riconoscendo la differenza per natura e per gravità morale tra contraccezione e aborto, il Santo Padre sosteneva che contraccezione e aborto sono spesso strettamente connessi, come frutti dello stesso albero. Parlando di una «mentalità edonistica» che non è disposta ad accettare responsabilità in materia di sessualità e che «vede la procreazione come un ostacolo alla realizzazione personale», aggiungeva che la vita che potrebbe nascere da un incontro sessuale finisce per trasformarsi in un nemico da evitare a tutti i costi, e l’aborto diventa la sola risposta decisiva possibile alla mancata contraccezione.[9]

    Si sa ormai da molti anni che alcuni cosiddetti “contraccettivi” agiscono di fatto come abortivi. Sfortunatamente, coloro che dissentono dalla dottrina dell’Humanae vitae e che incoraggiano le coppie sposate a seguirne l’esempio, spesso evitano di attirare l’attenzione su questa natura abortiva di varie forme di “contraccettivi”.

    La connessione tra contraccezione e aborto risulta evidente nel fatto che sia i contraccettivi meccanici che le pillole anticoncezionali possiedono notoriamente capacità abortive. Il fatto che la pillola anticoncezionale possa esercitare un’azione abortiva è stato ben documentato La pillola agisce come contraccettivo quando sopprime l’ovulazione o quando impedisce allo sperma di raggiungere l’ovulo alterando le secrezioni femminili. Tuttavia, nel caso in cui queste modalità operative non raggiungano lo scopo, la pillola può ancora esercitare la propria azione impedendo l’impianto dell’ovulo fecondato, e in quest’ultimo caso induce l’aborto.[10]

     

    La gravità morale dell’aborto procurato.

                 Il drammatico tema dell’aborto è presente in tutta l’Evangelium vitae, ma è soprattutto nel terzo cap. che il Pontefice si sofferma maggiormente ad illustrare la dottrina perenne della Chiesa Cattolica, mai smentita nella storia, rivolta alla tutela della vita prenatale attraverso la ferma condanna morale delle pratiche  abortive volontarie.

    Ogni attentato contro la vita umana è un attentato a Dio, sia che si tratti di vita già nata, sia che si tratti di vita ancora nel grembo materno[11]. Come  viene ribadito nell’Evangelium vitae:

      “La vita umana è sacra e inviolabile in ogni momento della sua esistenza, anche in quello iniziale che precede la nascita[…]. L’uomo, fin dal grembo materno[…] è il termine personalissimo dell’amorosa e paterna provvidenza di Dio”.[12]

    Il Pontefice ricorda, la costante riaffermazione di questa condanna morale nella Tradizione della Chiesa lungo i secoli e cita la testimonianza della Didachè  (il più antico scritto cristiano non biblico del primo secolo) e scrittori come Atenagora e Tertulliano, del quale riporta il celebre passo:

      “E’ un omicidio anticipato impedire di nascere; poco importa che si sopprima l’anima già nata o che la si faccia scomparire nel nascere. E’ già un uomo colui che lo sarà”.[13]

                 Quando al Magistero pontificio, il Papa ne richiama sia gli interventi a difesa della sacralità e inviolabilità della vita umana, sia le più recenti condanne di “pretestuose giustificazioni” dell’aborto, fino alla rinnovata disciplina canonica della Chiesa. Ricorda, inoltre, la condanna breve e perentoria espressa dai Padri del Concilio Vaticano II:

      “La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; e l’aborto come l’infanticidio sono abominevoli delitti.[14]

    Detto questo, rimane certo che: “tale insegnamento non è mutato ed è immutabile”[15], secondo la felice espressione di Paolo VI riportata nell’Evangelium vitae. Lo stesso Giovanni Paolo II in numerosi interventi sull’argomento, sia nei vari discorsi che in diversi documenti, riprende l’insegnamento del precedente Magistero e condanna l’aborto come azione intrinsecamente e gravemente illecita, nonché contraria alla volontà di Dio.

                    Va precisato, comunque, che la condanna dell’aborto da parte della Chiesa non è un’affermazione irrazionale, pregiudiziale, generalizzata: essa lo condanna solo e sempre quando c’è una precisa volontà omicida. Ma è lo stesso Giovanni Paolo II che, in nome della verità, dà una chiara definizione di aborto procurato:

      “E’ l’uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale  della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita”.[16]

                 E’ vero che molte volte la scelta abortiva rivela una estrema, penosa decisione, necessaria per salvaguardare altri importanti valori. Ma resta pur sempre il fatto che quell’aborto è alla fine voluto, e il Papa, pur avendo espressioni di grande comprensione verso situazioni veramente drammatiche, afferma che mai la persona umana innocente deve essere uccisa, perché mai può rinunciare alla sua dignità suprema e quindi inviolabile.

                 Anche il richiamo nell’enciclica alla scomunica “latae sententiae”, cioè automatica, nei confronti dei colpevoli di aborto, rivela la valutazione morale da parte della Chiesa per un delitto così grave e la preoccupazione di farne comprendere la gravità, formando la coscienza e prevenendo il gesto dell’aborto. Vi incorre anche chi ha partecipato alla sua esecuzione e la cui colpevolezza è certa e grave.[17]

     

     

     

    Procreazione assistita.

    Interventi sulla procreazione umana

     

                    Per “procreazione artificiale” o “fecondazione artificiale” si intendono le diverse procedure tecniche volte a ottenere un concepimento umano in maniera diversa dall’unione sessuale dell’uomo e della donna.

     

                    L’affermarsi della fecondazione in vitro ha richiesto innumerevoli fecondazioni e distruzioni di embrioni umani. Ancora oggi, presuppone una iperovulazione della donna: più ovuli sono prelevati, fecondati e poi coltivati in vitro per alcuni giorni. Abitualmente non sono tutti trasferiti nelle vie genitali della donna; alcuni embrioni, chiamati “soprannumerari”, vengono distrutti o congelati. Fra gli embrioni impiantati talora alcuni sono sacrificati per diverse ragioni.

     

                    La fecondazione in vitro e trasferimento dell’embrione (FIVET) ha reso possibile il dominio dell’uomo sulla vita e sulla morte dei suoi simili.

     

                    Possiamo avere due tipi di fecondazione artificiale:

    ·         Fecondazione artificiale eterologa

    ·         Fecondazione artificiale omologa.

     

                    Per fecondazione artificiale eterologa si intende le tecniche finalizzate a ottenere artificialmente un concepimento umano a partire da gameti provenienti almeno da un donatore diverso dagli sposi, che sono uniti in matrimonio. Tali tecniche possono essere di due tipi:

    1.        FIVET eterologa: l’incontro in vitro di gameti prelevati almeno da un donatore diverso dai due sposi uniti da matrimonio.

    2.        Inseminazione artificiale eterologa: la tecnica finalizzata a trasferire nelle vie genitali della donna dello sperma precedentemente raccolto da un donatore diverso dal marito.

     

    Per fecondazione artificiale omologa si intende la tecnica finalizzata a ottenere un concepimento umano a partire dai gameti di due sposi uniti in matrimonio.

                    Tale tecnica può essere di due tipi:

    1.        FIVET omologa: l’incontro in vitro dei gameti degli sposi uniti in matrimonio.

    2.        Inseminazione artificiale omologa: la tecnica finalizzata a ottenere un concepimento umano mediante il trasferimento, nelle vie genitali della donna sposata, dello sperma precedentemente raccolto del marito.

     

     

    FECONDAZIONE ARTIFICIALE ETEROLOGA.

     

    Perché la procreazione umana deve aver luogo nel matrimonio?

    Ogni essere umano va accolto sempre come un dono e una benedizione di Dio. Tuttavia dal punto di vista morale una procreazione veramente responsabile nei confronti del nascituro deve essere il frutto del matrimonio.

                    La fedeltà degli sposi, nell’unità del matrimonio, comporta il reciproco rispetto del loro diritto a diventare padre e madre soltanto l’uno attraverso l’altro.

     

    La fecondazione artificiale eterologa è conforme alla dignità degli sposi e alla verità del matrimonio?

                                   La fecondazione artificiale eterologa è contraria all’unità del matrimonio, alla dignità degli sposi, alla vocazione propria dei genitori e al diritto del figlio ad essere concepito e messo al mondo nel matrimonio e dal matrimonio.

                    Pertanto è moralmente illecita la fecondazione di una donna con lo sperma di un donatore diverso da suo marito e la fecondazione con lo sperma del marito di un ovulo che non proviene dalla sua sposa. Inoltre la fecondazione artificiale di una donna non sposata, nubile o vedova, chiunque sia il donatore, non può essere moralmente giustificata.

     

    La maternità sostitutiva è moralmente lecita?

                    No. E’ contraria all’unità del matrimonio e alla dignità della procreazione della persona umana.

                    Per “madre sostitutiva” si intendono due cose:

    1.        La donna che porta in gestazione un embrione impiantato nel suo utero e che le è geneticamente estraneo, perché ottenuto mediante l’unione di gameti di “donatori”, con l’impegno di consegnare il bambino una volta nato a chi ha commissionato o pattuito tale gestazione.

    2.        La donna che porta in gestazione un embrione alla cui procreazione ha concorso con il dono del proprio ovulo, fecondato mediante inseminazione con lo sperma di un uomo diverso da suo marito, con l’impegno di consegnare il figlio, una volta nato, a chi ha commissionato o pattuito la gestazione.

    FECONDAZIONE ARTIFICIALE OMOLOGA

     

    Quale legame è richiesto dal punto di vista morale tra procreazione e atto coniugale?

                    La connessione è inscindibile. L’atto coniugale ha due significati: unitivo e procreativo. Infatti l’atto coniugale mentre unisce gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi iscritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna.

     

                    Questo principio relativo al legame esistente fra i significati dell’atto coniugale e fra i beni del matrimonio chiarisce il problema morale circa la fecondazione artificiale omologa, poiché “non è mai permesso separare questi diversi aspetti al punto da escludere positivamente o l’intenzione procreativa o il rapporto coniugale”.

     

    La fecondazione omologa in vitro è moralmente lecita?

                    La risposta a questa domanda è legata dai principi ora esposti. Non si possono ignorare i desideri degli sposi; per alcuni il ricorso alla FIVET omologa appare come l’unico mezzo per ottenere un figlio sinceramente desiderato.

     

                    Si riconosce certamente che la tecnica della FIVET omologa non va a supplire all’assenza dei rapporti coniugali. Ma ci si chiede se nell’impossibilità di rimediare in altro modo alla sterilità, la fecondazione artificiale in vitro non possa costituire un aiuto.

     

                    Il desiderio di avere un figlio è moralmente più che legittimo. Ma questa intenzione buona non è sufficiente per dare una valutazione morale positiva della fecondazione artificiale in vitro tra gli sposi.

                    Il concepimento in vitro è il risultato dell’azione tecnica che presiede alla fecondazione; essa non è né di fatto ottenuta né positivamente voluta come l’espressione e il frutto di un atto specifico dell’unione coniugale. Nella FIVET omologa, pur considerata nel contesto dei rapporti coniugali di fatto esistenti, la generazione della persona umana è oggettivamente privata della sua perfezione propria: quella di essere il termine e il frutto di un atto coniugale.

     

                    Cioè una procedura di FIVET omologa, sia pure purificata da ogni compromissione con la prassi abortiva, rimane una tecnica moralmente illecita perché priva la procreazione umana della dignità che le è propria e connaturale.

     

                    Certamente la FIVET omologa non è gravata di tutta quella negatività etica che si riscontra nella procreazione extraconiugale; la famiglia e il matrimonio rimangono comunque l’ambito della nascita e dell’educazione dei figli.

     

                    La Chiesa rimane contraria, moralmente, alla fecondazione omologa in vitro; questa è in se stessa illecita e contrastante con la dignità della procreazione e dell'unione coniugale.

     

    Come valutare moralmente l’inseminazione artificiale omologa?

                    L’inseminazione artificiale omologa all’interno del  matrimonio non può essere ammessa, salvo il caso in cui il mezzo tecnico risulti non sostitutivo dell’atto coniugale, ma si configuri come una facilitazione e un aiuto affinché esso raggiunga il suo scopo naturale.

     

                    Se il mezzo tecnico facilita l’atto coniugale o l’aiuta a raggiungere i suoi obiettivi naturali, può essere moralmente accettato. Al contrario se risultasse l’intervento sostitutivo all’atto coniugale, esso è moralmente illecito.

     

    La sofferenza per la sterilità coniugale

                    Il matrimonio non conferisce agli sposi il diritto ad avere un figlio, ma soltanto il diritto a porre quegli atti naturali che di per sé sono ordinati alla procreazione.

                    Un vero e proprio diritto al figlio sarebbe contrario alla sua dignità e alla sua natura. Il figlio non è un qualche cosa di dovuto e non è può essere considerato come oggetto di proprietà: è piuttosto un “dono”, il più grande, e il più gratuito del matrimonio. A questo titolo il figlio ha il diritto di essere il frutto dell’atto specifico dell’amore coniugale dei suoi genitori e ha anche il diritto a essere rispettato come persona dal momento del suo concepimento.

     

                    Le coppie sterili non devono dimenticare che anche quando non è possibile la procreazione, non per questo la vita coniugale perde il suo valore. La sterilità può essere occasione per gli sposi per rendere altri servizi importanti alla vita delle persone umane, quali ad esempio l’adozione, le varie forme di aiuto ad altre famiglie, ai bambini poveri o handicappati.







    [1] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 13 (EV XIV, 2205).




    [2] Cfr. CONCILIO ECUMENICO VATICANO li, COSt. past. Gaudium et spes, 51 (EV 1, 1483); GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Evangellum vitae, nn. 58-62 (EV XIV, 23622376).




    [3] Per "mezzi anticoncezionali" si intendono tutti quegli strumenti, di vario tipo, attraverso i quali si distrugge, temporaneamente o definitivamente, la possibilità di procreare. Essi sono: la pillola anovulante, il diaframma e il profilattico (o preservativo). Ad essi può essere aggiunto il coito interrotto, il quale, pur non essendo propriamente un mezzo anticoncezionale, è nondimeno un metodo fortemente "antinaturale" per evidenti motivi. Va pure precisato che alcuni tipi di pillola in commercio sono abortivi e che come abortiva è ritenuta anche la spirate, dal momento che, laddove non riesca a impedire il concepimento, essa rende impossibile l'annidarsi dell'embrione a concepimento avvenuto, provocandone così la morte.




    [4] I "metodi naturali", nella loro essenza più profonda, sono invece descrivibili come conoscenze scientifiche dei fattori biologici della procreatività. Essi si basano sull'osservazione e sulla ricerca dei fenomeni che caratterizzano normalmente il ciclo mestruale, senza interventi che ne modifichino il naturale svolgimento o che interferiscano con la dinamica dei rapporto sessuale completo. Per una panoramica su queste metodiche, si veda, nell'Appendice prima di questo stesso volume, l'incontro dal titolo `Conoscere i metodi naturali" (p. 286 e ss.). A proposito di questi stessi metodi e dei loro apprendimento, va pure sottolineata la necessità di rivolgersi ai Centri appositi e/o ai Consultori familiari di ispirazione cristiana: tale apprendimento "personalizzato" e accompagnato da competenti "insegnanti" è infatti necessario.




    [5]  GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. Familiaris consortio. n. 32 (EV VII, 1624).




    [6] Ivi.




    [7] Cfr. ivi: «Al linguaggio nativo che esprime la reciproca donazione totale dei coniugi, la contraccezione impone un linguaggio oggettivamente contraddittorio, quello cioè dei non donarsi all'altro in totalità: ne deriva, non soltanto il positivo rifiuto all'apertura alla vita, ma anche una falsificazione dell'interiore verità dell'amore coniugale, chiamato a donarsi in totalità personale» (EV VII, 1622).




    [8] Cf. Papa Giovanni Paolo II,  L’Osservatore Romano,  13 luglio 1987.


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